UN'IMMAGINAZIONE ORGANICA
Enrico Crispolti
Non v’è dubbio che una costante della ricerca plastica di Mariko Isozaki, fra lo scorcio estremo degli anni Novanta del Novecento e questo primo decennio del Duemila, risulti un’immaginazione organica fitomorfica, che naturalmente adombra un profondo rapporto con la natura vegetale fruttigena. Il suo, insomma, è un immaginario che si riconosce nell’esaltazione fantastica delle virtualità plastiche analogiche di frutti (soprattutto) ma anche, direi, di fiori. Non è difficile rifarsi, nel caso del suo lavoro, a una specifica matrice di cultura plastica giapponese. A metà del secolo scorso la grande lezione di Noguchi ha segnato infatti una svolta profonda, di modernizzazione, d’attualità, nella ricerca plastica giapponese, non rompendo con la tradizione ma ricercandone un aspetto più autentico e segreto. Emblematicamente figurabile in un’organicità archetipa, originaria, animisticamente motivata. In una tale prospettiva molto remota, a monte, la giovane Mariko vive una propria avventura immaginativa costruendo presenze plastiche organiche, anche di grandi dimensioni, adombranti forme appunto di frutti o di fiori. Opera con grande sensibilità per i valori propriamente plastici della scultura, utilizzando materie sia antiche, come il marmo o la terracotta, sia attuali, come la vetroresina. Sono forme “piene”, quelle che propone, di densa e turgida plasticità. Tuttavia recentemente, nel 2007, Mariko ne ha proposta anche una sorta di riduzione plastica grafica, in profili di sezione. Se queste ultime soluzioni hanno caratterizzato come novità la sua prima mostra milanese, nel 2007 stesso, nella Galleria del Naviglio, la vicenda della sua plasticità organica la si potrebbe ben seguire riconnettendo la grande installazione composta da numerose sculture di forme organiche naturali, sintesi plastiche per analogia da frutti, o meglio come frutti, nuovi, misteriosamente vitali, realizzata nel 1999 nel Sogetsu Art Museum a Tokyo, e l’installazione di grandi terracotte organiche realizzata nel 2004 nella Plus Minus Gallery, sempre a Tokyo. Ma l’esemplificazione può estendersi anche ad occasioni di apposizione di sculture in spazi urbani o nel contesto esterno di edifici rappresentativi. Come nell’Edificio governativo, o nel Kampo Health Center, sempre a Saitama, nel 2000, o nel Cosmos Welfare Institution for the Aged, a Tokyo, nel 2002, o nel Blue Garden del Kawaguchi Institute for the Aged, ugualmente a Saitama, nel 2006. La Isozaki pensa infatti a “segni urbani” attraverso le sue presenze plastiche, insinuati nel contesto della città attuale. Immagina insomma la propria scultura in una sua capacità di rapporto ambientale. E il rapporto ambientale effettivamente costituisce il traguardo dell’intenzionalità di evocazione organica, cioè vitale, delle sue sculture. Lo ha spiegato chiaramente in una dichiarazione di “poetica” contenuta nel catalogo della 6a edizione della mostra Donna scultura, tenutasi nella Chiesa di Sant’Agostino a Pietrasanta, nel febbraio-marzo di quest’anno. “La mia idea di scultura è influenzata da quelle esperienze, dalle quali è nata la necessità di creare opere che oltre alla vista sollecitino anche altri sensi e suggeriscano calore, fragranza, materialità, quasi fossero qualcosa di vivo. Per dare ‘vita’ ai miei lavori cerco di farli diventare parte dell’ambiente in cui sono inseriti, creando lo spazio necessario perché possano ‘respirare’ ed essere fruiti come qualcosa che ‘abita’ in maniera naturale il luogo nel quale è collocata”. L’evocazione di una condizione di simbiosi ambientale si motiva evidentemente, nel suo lavoro, su un presupposto animistico che nella cultura giapponese caratterizza la concezione di una natura non tanto esteriormente apprezzabile, quanto intimamente partecipabile nei suoi ritmi vitali. Ai quali dunque l’immaginazione tende a riconnettersi in una sorta di rassicurante continuità panica, che si offre come dimensione emblematica d’una pienezza di vissuto. Se di questa simbiosi organica la conformazione plastica delle sculture, nel lavoro della Isozaki, è l’espressione più esplicita, tuttavia quella plasticità si realizza di fatto in una concretezza materiale alla quale Mariko è molto sensibile, sia che tratti il marmo, sia che tratti la terracotta, eventualmente anche dipingendola a freddo, monocromaticamente, sia che utilizzi la vetroresina come nell’installazione di molteplici presenze plastiche realizzata nel 2005 nel Proud City Umejima, a Tokyo. L’immaginazione plastica della Isozaki ricorre infatti liberamente sia alla naturalezza della materia nella sua purezza (marmo o terracotta), sia al colore capace di caratterizzare ulteriormente l’entità plastica, come avviene appunto colorando a freddo la terracotta, oppure usando vetroresina di per sé colorata. E il colore acquista particolare importanza espressiva nelle sue proposizioni più recenti, come quelle a ritagli di sezioni di sculture organiche, e che dunque risultano dei “rilievi” a muro, di assai libera conformazione. In quest’occasione, con notevole ampiezza, Mariko ricapitola circa un decennio del proprio lavoro, confermandone le specifiche radici ma suggerendo anche possibilità di future ulteriori proposizioni.

 

Enrico Crispolti Professore ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea Università di Siena

 

 

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